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Archive for 11 aprile 2012

Melensità

guardo il calendario, fra pochi giorni saranno due mesi. Sembra già tantissima strada. Guardo Palletta e mi sembra una roccia. La mia roccia, la mia ancora. Ogni tanto qualcuno lo guarda e dice “ma come è piccolo!” mentre a me sembra un gigante. Lo appoggio sulla pancia e penso a quando la sonda dell’ecografo lo vedeva tutto e io mi cercavo su internet il CRL.
Mi assomiglia tanto, e a volte in lui rivedo le mie foto di bambina, anche se lui è più bello secondo me. Ce la metto tutta, ce la metterò tutta per crescerlo senza menate, senza essere vittima di sensi di colpa, lo devo a lui più che a me.
Non so se è terrorismo tettalebano oppure se io sono stata particolarmente fortunata, forse entrambi, ma avevo letto cose allucinanti, tipo che un bimbo al nido muore dentro, tipo che se non si attacca la prima mezz’ora allora tutto l’allattamento è compromesso. Per come stavo dopo il parto è andata bene così, anche senza rooming in. In ospedale mi sono riposata sicuramente di più, ma per contro il ritorno a casa è stato sicuramente molto più traumatico. Ma ce l’abbiamo fatta.
Mi inebria pensare che io lo faccio stare bene, mi inebria pensare che per un periodo della sua vita, che potrà essere più o meno lungo, io sarò la persona più importante. I primi giorni, stroncata dalla fatica, lo guardavo perso nel suo mondo e gli chiedevo di guardarmi per darmi la forza. Adesso mi guarda, mi sorride, e mi perdo.
Mi sono bevuta il cervello. Stamattina, dopo la poppata che è solo nostra, guardavo reparto maternità. Quel programma che prima non riuscivo a vedere perché faceva paura, poi non riuscivo a vedere perché faceva male, ora lo guardo e piango. Perché anche se dico che non mi manca, un po’ di malinconia c’è. Perché ho sempre l’impressione d non riuscire a fermare abbastanza, di non riuscire a vivere abbastanza appieno, di non riuscire a ricordare tutto quello che vorrei ricordare. È anche per questo che scrivo questi post melensi e pesanti. Stamattina guardando quelle pance grosse e dure, con Palletta sulla mia pancia (un po’ sblusata) ho sentito quella malinconia di cui parlava Alessia. La ginecologa mi ha detto di stare attenta, di prendere precauzioni. Perché ad una paziente di un suo collega, dopo una Fivet a 47 anni è rimasta naturalmente incinta a 51. Perché ad una ragazza che era in corsa insieme a me, dopo un aborto della Fivet, adesso è al quinto mese di una gravidanza spontanea. Insomma, una parte di me vuole considerarsi guarita. Ma se non fosse così? Se non fossi più così fortunata? Puro esercizio di pippa mentale pensarci ora, ma il pensiero c’è stato.
Ma il pensiero più bello ora è pensare che Palletta c’è, come tanti altri figli altrettanto desiderati, e per i miei dubbi ho tante persone a cui chiedere, con cui confrontarmi (e già ho rotto le scatole a diverse persone).
Nei momenti di stanchezza penso a quando ero libera di dormire, di uscire, di fare la doccia quando volevo. Poi penso a come stavo, al baratro, al lutto, a quella rabbia e a quella tristezza infinita, e allora non importa se sono mesi che non vado a quella birreria che mi fa sbroccare, non mi pesa svegliarmi tutte le mattine alle 6. E anzi, in quest’ora di mattina quando lui dorme nel lettone e io ne approfitto per fare un po’ di fatti, mi manca e non vedo l’ora che si svegli (quando poi passo tutto il giorno a disperarmi perché vuole stare sempre in braccio e mi ha già distrutto un polso).
Insomma, grazie di esistere Palletta!

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