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Archive for maggio 2012

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Oggi la nonna è stata finalmente libera di andare con il nonno e con i suoi fratelli. È successo dove voleva lei, a casa. Mia madre è stata la figlia migliore che le potesse capitare. Il suo corpo forte in modo paradossale non la lasciava andare, poi finalmente questa mattina senza scossoni il rumore del suo respiro è diventato silenzio. Io le avevo portato di corsa Palletta quando avevo saputo che era l’unico nome che la faceva sorridere ancora. Lei lo aveva guardato, aveva provato a dire qualcosa. Gliel’avevamo messo vicino. Poi pian piano si è spenta come una candela. Forse troppo tardi. Forse un po’ di questo strazio le poteva essere risparmiato, ma non in Italia. Era l’ultima e con lei se ne vanno le mie radici, non sentirò più parlare quel dialetto che mi piace così tanto ma che non riesco a parlare a causa di un accento un po’ bastardo. Ciao nonna, ci vediamo più in là.

Un’app del telefono conta i giorni. Il titolo è il numero di giorni che è vissuta.

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1/4 di anno

Con i tre mesi è arrivato il primo vaccino, polmoni svuotati alla puntura, notte bianca e rodimento di culo che permane anche ora, a circa trenta ore dall’evento.
Un dettaglio: avevo preso la tachipirina in gocce pensando che fosse meno brutale di quella in supposte. Sbagliavo. Dare venti gocce vomitogene alle 4 di notte, dopo la poppata, disseminando gocce per tutto il viso, cercando di tenere il conto, conato ad ogni goccia, vedendo che alla fine delle 20 (20?) suddette gocce lui sputa qualcosa (ipersalivazione? Tachipirina?) è veramente brutale.
Con i tre mesi è arrivata la prima risata, fatta al cognato che non sopporto. Con i tre mesi è arrivato il pianto con le lacrime. Mentre siamo bloccati in fila sul raccordo.
Pochi giorni fa è arrivata anche la prima “da pancia a schiena” fatto due volte la settimana scorsa e poi basta. Forse voleva farmi vedere che è capace, così che io smetta di torturarlo con questo maledetto tummy-time.
Io da parte mia sto sviluppando un attaccamento morboso alla bestia, che cercherò di elaborare al più presto, anche perché sto per tornare a lavorare (adesso che il ritorno è davvero vicino non sono più così entusiasta).

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L’ultima nonna

La mia nonna vecchietta sta male. Parecchio. Di quel male che a 94 anni non sai come ne uscirà, e soprattutto SE. La sua testa non c’è più da un po’. Già a gennaio iniziava a perdere colpi, a volte non mi riconosceva. Poi c’è stato un crollo, una febbre alta (non si è ancora capito perché), forse ha semplicemente smesso di crederci. Lo aveva sempre detto, dopo che il nonno era morto “il mio posto è là, perché sto ancora al mondo?” ma noi sapevamo che non diceva sul serio, che voleva farsi solo compatire, infatti ha passato diversi anni serenamente, nonostante fosse rimasta vedova a 88 anni. Adesso si sta spegnendo. Non è lucida, e quando lo è piange perché probabilmente capisce quello che sta succedendo. Il dottore l’ha imbottita di medicine per non farle sentire il dolore. Adesso dobbiamo solo aspettare e fare il possibile per non farle passare questi ultimi giorni (mesi?) con disagi evitabili.
I dolori dell’artrite, i dolori del tumore che non ha voluto curare e quindi non sappiamo veramente a che punto sia. È triste, tanto. Mia madre piange e vorrebbe spaccare qualcosa, se servisse a risolvere. Ma possiamo solo aspettare, sperare che soffra meno possibile. Ironia della sorte, una nonna fregata da un cuore troppo debole, l’altra fregata da un cuore troppo forte.
Oggi sono stata da lei, era calda di febbre, e mi ha chiesto chi ero. Le ho fatto tante carezze e dato tanti baci. Le ho detto che ci saremmo viste ancora, che quando avrebbe sfebbrato le avrei portato anche Palletta (non si ricorda me, ma lui sì!). Probabilmente è una brutta cosa da leggere, ma le auguro di morire il più presto possibile, perché questa non è vita. Che senso ha? Non riconosci più nessuno, neanche tua figlia; passi il tempo a letto, con il pannolone, aspettano che facciano la loro odiosa comparsa le piaghe da decubito. Io vorrei solo che non soffrisse più, povera nonnina.

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Al bar

Mi ero fermata al bar per fare merenda, dopo aver scoperto che come atteso Palletta non frequenterà l nido comunale. I baristi erano un ragazzo e una ragazza simpatici. Avevo Palletta nella fascia, unico modo di portarlo in giro se sono da sola. La barista si avvicina e mi fa tutte le domande di rito, mi dice che ha un figlio anche lei e poi parla velocemente di molti bambini. Non capisco bene e le chiedo allora quanti figli ha. Dice che ne ha uno solo, e vedo sul suo viso *quello* sguardo e capisco tutto, anche prima che continuando a parlare mi dica che è stato voluto, che non è stato facile. Allora le sorrido e le dico che la capisco, che Palletta è stato frutto di una Fivet. Lei si illumina e mi parla della sua, di Fivet, del dolore dell’infertilità, di suo marito. Ho avuto l’impressione che si sentisse sola e che fosse una liberazione parlarne. E invece ovunque racconti questo percorso scopro tante coppie che lo percorrono, che l’hanno percorso.
Non bisogna avere paura, condividere ti fa sentire meno sola.

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Ubriaca di normalità

Perché per me il blog è sempre stato una valvola di sfogo, ed ora non ho nulla di cui sfogarmi. Probabilmente non sarò più così unicamente e totalmente felice. Le giornate sono tranquille, Palletta non mi fa più paura e se mi capita di dormire troppo poco non mi dispero. La gente per strada sorride, i parenti sorridono, Palletta sorride e fa mille versi, io sorrido. Lentamente la casa si sta di nuovo popolando di giocattoli. Lo so che non è tutto qua, che torneranno momenti difficili, ma ora tutto è rosa, ovattato, bello.
E poi è vero che da mamma si piange di più, e mi rendo conto che sono diventata più empatica.
È bello, tutto qua.

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